V per Vendetta Film, la nostra recensione



Questo film è un vero capolavoro. Sotto mille punti di vista. Non solo quindi per le suggestioni visive –che sono davvero molte-, ma anche per il profondo messaggio che, evidentemente, ha una forza e una validità assolutamente contemporanee. V Per Vendetta (2005, regia di James McTeigue), è un monito ricolto tutte le culture, di qualunque latitudine e longitudine del mondo.

Il grido –per voce dell’uomo mascherato V, per l’appunto- che è la voce del popolo represso e mortificato dalla corruzione e dal degrado dei propri governanti. Tratto da una graphic novel, le ambientazioni sono piuttosto futuristiche e mostrano come il misterioso ‘V’ cerchi di opporsi con tutte le sue forze al potere, esortando il popolo a fare lo stesso, liberandosi così da ogni dittatura della mente. In questo film però, non potevano non registrare un momento di pura poesia. Quando Natalie Portman -che nel film interpreta Evey Hammond, una giovane dissidente che viene incarcerata dal regime- scopre in un anfratto della sua cella una lettera scritta da un’altra detenuta lesbica, allora le emozioni diventano fortissime. Ecco uno stralcio della lettera di Valerie: “Io sono Io, e non so chi sei, ma ti amo!
Ho una piccola matita, che non hanno trovato. Sono una donna. La nascondo dentro di me.
Forse non potrò scriverti più, così questa è una lunga lettera sulla mia vita. È la sola autobiografia che scriverò mai, e devo scriverla sulla carta igienica. […]Nel 1973 smisi di fingere e presentai ai miei genitori una ragazza di nome Christine.

Una settimana dopo mi trasferii a Londra e mi iscrissi ad arte drammatica. Mia madre diceva che le avevo spezzato il cuore. Era la mia integrità che mi importava. È così egoistico? È a buon mercato, però è tutto ciò che ci resta. È l’ultimo centimetro di noi che ci resta… ma in quel centimetro siamo liberi. Nel 1992, dopo il colpo di stato, cominciarono ad arrestare i gay. Presero Ruth mentre era fuori a cercar da mangiare. Perché hanno tanta paura di noi? La bruciarono con delle sigarette accese e la costrinsero a fare il mio nome. Firmò una denuncia secondo cui io l’avevo sedotta.
Non gliene feci una colpa. Dio l’amavo, non gliene feci una colpa. Ma lei sì. Si uccise nella sua cella. Non sopportare d’avermi tradita, d’aver rinunciato a quell’ultimo centimetro”.